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Talvolta si ha l´impressione che questa società
consideri i bambini abbandonati come pacchi postali, e l´adozione
non più di una delle possibili destinazioni. Appena arrivano al
nuovo indirizzo, gli si cambiano connotati, il nome ed il cognome,
si fa una bella ripulitina al pacchetto, magari gli si mette su una
carta nuova, e si azzera ogni aspetto diverso che potrebbe stonare
con la nuova destinazione. Così il brasiliano Paco diventa
Gianmatteo, il peruviano Raoul si muta in Luca, il russo Sergej
diviene un più facile Federico, e Olga una più toscana
Chiara. E´ chiaro che insieme a questo cambiamento di
nome, effettuato dalla quasi totalità dei genitori adottivi, si cela
un´intenzione malcelata di possesso, una volontà di farli nascere di
nuovo, questi figli venuti da così lontano, un ribattezzarli, magari
per quel sogno di una maternità/paternità tanto a lungo
inseguita. E perciò tutto quanto non collima con il sogno,
con le aspettative, va rigettato indietro, in quel buco nero della
vecchia identità del bambino, ripulito oggi e rivestito a festa
nella nuova famiglia, come nella nuova società.
Così le storie vengono negate, e la identità personale,
diritto inalienabile di ogni essere umano, viene calpestata. E
anzichè costruire sopra la certezza di un presente, si creano
illusori quanto instabili futuri, basati soltanto sulla sabbia di un
desiderio, di un´aspettativa. E quanto sarà duro per il ribattezzato
Matteo confrontarsi con queste aspettative, o per la nuova Chiara
non deludere questi importanti nuovi genitori. Questi genitori che
li hanno salvati, che hanno offerto loro una seconda formidabile
possibilità di vita. Ed in cambio di tutto questo chiedono, quasi un
ricatto, che s´indossi questa nuova identità.
Ed è meglio allora dimenticare tutto, specie tutto quel
dolore e quella storia spezzata. Ed i legami, e gli affetti, che
l´adozione ha disperso? E anche quando ci sono dei ricordi positivi,
occorre dover dimenticare?
Una recente indagine, una delle pochissime, compiuta
dall´Università degli Studi di Napoli, in collaborazione con il
locale Tribunale per i Minorenni, ha dimostrato che il 26% dei
bambini adottati, secondo il loro campione, ha chiesto notizie dei
fratelli naturali. E cosa ne è stato di questi fratelli o sorelle?
Talvolta sono rimasti in istituto, o più spesso sono stati adottati
da altre coppie, e finiti in altri paesi, anche lontani. E tutto
questo senza lasciare possibilità di un contatto, telefonico, o
postale. Dice Vania alla sua mamma
adottiva: “Questa foto qua voglio mandarla a Sasha (la
sorella), e dirle che sto bene.” Ma Sasha è
introvabile. Ilia disegna la sua famiglia: il papà, la
mamma, suo fratello Nicola, e vi aggiunge un´altra figura. “Questa è
mia sorella Irina, la più grande. Lei si occupava di noi, nella casa
dei bambini.” Ma è impossibile rintracciare Irina. Tanto i
bambini abbandonati sono pacchi postali, spediti per il mondo, verso
una nuova destinazione.
Questi bambini devono poter mantenere i rapporti con i
propri fratelli o sorelle di sangue. Spesso, se sono più grandi,
questi sono stati un po´ come i loro genitori, e il legame può
essere stato anche molto forte. E´ fondamentale evitare questi
traumi per la loro crescita e la ricomposizione della propria
identità, che deve rafforzarsi. Altrimenti sono altre e gravi ferite
che si aggiungono alla “ferita originale”, la storia dell´abbandono,
che spesso non si sana mai.
Si parla spesso di comunità e di società multietnica. E di
famiglia allargata. Ma dobbiamo ancora imparare a valorizzare le
differenze e a costruire su di esse. E l´adozione internazionale può
essere veramente vincente solo in questo senso. Occorre imparare a
costruire, nell´interesse supremo del minore, la sua nuova storia,
nel rispetto della precedente, e nel mantenimento, se ci sono, dei
legami di fratellanza precedenti. Non possiamo pretendere che i
bambini mettano nuove e più salde radici se gli distruggiamo quelle
preesistenti.
Nell´adozione, perchè ci sia armonia, tutto deve risolversi
con continuità, e deve esserci un percorso possibile tra tutti i
punti del viaggio. Occorre mantenere la storia. Non si può
viaggiare come su una semiretta che parte da un punto definito,
magari l´incontro genitori adottivi-figli, e poi via decisi in senso
orizzontale. No, perchè c´è un prima, oltre l´origine, ed è l´inizio
di una storia reale che non va dimenticato. E in questa storia
possono esserci degli affetti, che non vanno dispersi.
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