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In questo ultimo anno, nelle storie raccontatemi dai
genitori adottivi, ricorre molto spesso la situazione di dispersioni
familiari: fratelli e sorelle divisi nell´adozione, di cui non si
sa, e non si può sapere niente, nemmeno la località o il paese in
cui, adottati, sono andati a vivere. Talvolta i fratelli
dei bambini adottati rimangono invece in istituto, e se ne perdono,
con il tempo, le tracce. Questa situazione porta a traumi
psicologici, e ne abbiamo la conferma dalle relazioni psicologiche,
che parlano di ragazzi adolescenti con ancora il dramma di un
affetto spezzato e disperso. Traumi che aggiunti a quelli
dell´abbandono, non sono facili da superare. In Italia non
si parla affatto del problema, che però esiste. Io stessa, nel mio
ultimo viaggio a Mosca, ho toccato con mano la difficoltà di poter
dialogare su questi temi in un paese culturalmente, sul tema della
famiglia, a noi distante. Persino la Chiesa ortodossa non
tiene conto dei legami familiari, e divide nelle loro “case rifugio”
i maschi dalle femmine, senza tenere minimamente conto
dell´esistenza di stretti legami familiari.
Vorrei quindi iniziare con una
testimonianza:
“ Dove è andata Masha? Ivan e Gregory
sono due fratellini, molto vivaci, venuti da San
Pietroburgo. Hanno nuovi genitori chiassosi, brontoloni,
confusionari ma non tanto cattivi. Hanno imparato velocemente una
nuova lingua, hanno nuovi amici, nuove maestre, si sono integrati
rapidamente. Spesso ricordano la casa dei bambini in
Russia: era una buona casa di bambini dove c´era da mangiare, c´era
il tempo per giocare, la ginnastica la mattina, le cure in
infermeria, c´erano tanti amici e alcune maestre erano quasi mamme.
Qualche volta ricordano anche i genitori russi: c´erano cose belle e
cose non tanto belle. Ivan e Gregory ricordano anche una sorellina,
Tania, ma non sanno dove è ndata e qualche volta viene loro da
piangere. Loro dicono: “Tania è nostra, non dovevano
separarla da noi.” Forse Tania è in una nuova famiglia con nuovi
genitori che le vogliono molto bene, forse ha imparato una nuova
lingua, forse va già a scuola. Se le cose non cambiano Ivan
e Gregory non troveranno mai Tania. E. Martini.”
L´adozione internazionale è divenuta in questi ultimi cinque
anni un fenomeno numericamente molto rilevante, con 89.444 domande e
una media di più di 2.000 adozioni effettuate all´anno. Abbiamo
avuto l´approvazione della nuova legge in materia, che introduce la
normativa della Convenzione Internazionale dell´Aja, e finalmente ci
siamo adeguati istituendo anche noi l´organismo Centrale di
controllo e coordinamento sulle adozioni internazionali, la
Commissione per le adozioni internazionali, che si è insediata nel
maggio scorso.
Ma a fronte della sempre maggiore rilevanza dell´adozione
internazionale come fenomeno sociale, dobbiamo registrare ancora la
totale mancanza di una cultura dell´adozione internazionale. In
televisione, o sulla stampa, se ne parla solo quando “fa notizia”, e
quando c´è un “bambino” da sbattere in prima pagina. E si
fanno solo luoghi comuni: si parla sempre e solo del mercato
internazionale dei bambini, si fanno incursioni “terroristiche”
sulla tragicità delle condizioni di vita in quei paesi, sulla
gravità dei problemi che questi bambini si portano con
sè… Recentemente, poi, va di moda sottolineare le tristi
condizioni di vita dei bambini negli istituti stranieri, regno
conclamato dei pedofili. Come se non fossero esistiti analoghi
episodi anche nel nostro paese. A questa disinformazione
imperante che ottiene come unico effetto quello di aumentare ansie e
preoccupazioni negli aspiranti genitori adottivi, e di produrre
pesanti discriminazioni nei confronti dei bambini adottati, nessuno
osa rispondere. Anche perchè nessuno sa come rispondere. Basterebbe
opporre una corretta informazione al delirante sensazionalismo. Ma
questa, come ben sappiamo, non aumenta le vendite dei
giornali.
Ed il peggio è stato oramai compiuto in questi anni, gli
anni in cui ha imperato il “fai da te”. L´85% delle adozioni
internazionali, è stato portato a termine seguendo questo sistema,
cioè attraverso avvocati (veri o falsi), intermediari di ogni tipo,
associazioni varie, tutto quanto garantiva una strada più veloce, e
meno impegnativa, rispetto a quei pochi Enti autorizzati che il
mercato offriva. In questo vario universo di
intermediazione, non era necessario alcun percorso di preparazione,
che veniva spesso lasciato alla buona volontà delle coppie.
Poche le associazioni che si preoccupavano di accompagnare in
qualche modo gli aspiranti genitori verso questa esperienza, o verso
lo specifico percorso in quel determinato paese, dove li aspettava
l´agognato “abbinamento”.
E´ in questo totale caos che sono arrivati nel 1999,
fortissimamente voluti nonostante le infinite difficoltà
dell´operazione adozione internazionale, 3.123 bambini stranieri, la
punta massima registrata in questi ultimi anni. Sono venuti per
grandissima parte dalla ex URSS, dalla Romania, dalla Bulgaria,
dalla Colombia, dall´India e dal Brasile, e anche da alcuni paesi
africani. Sono venuti portando con sè un patrimonio
prezioso di lingue, culture, stili di vita, etnie e razze,
completamente diverse. E costituiscono un tipo particolarissimo di
immigrazione con una propria identità assolutamente non protetta.
Citiamo l´Art. 8 della Carta dei diritti dell´infanzia, che prevede
il Diritto del fanciullo a preservare la propria identità. E´
fondamentale per un equilibrato sviluppo psicologico, che ogni
bambino possa mantenere il più possibile integri i connotati della
sua “storia”. Certo non è facile ricucire i legami spezzati di una
vita dopo una vicenda di abbandono, e questa è la scommessa certo
non facile dell´adozione. Ma questo può riuscire solo quando c´è
rispetto e accoglienza di questa “storia”, e dei suoi protagonisti.
Inoltre, nel caso dell´adozione internazionale, la storia è fatta
anche di cultura etnica profondamente diversa.
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